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Se il tuo cane vivesse più a lungo? molto probabilmente non lo avresti.

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

C’è una verità silenziosa che accompagna ogni relazione con un cane. Non ci pensiamo mai quando lo prendiamo in braccio per la prima volta, quando scegliamo il nome, quando compriamo la cuccia. Ma quella consapevolezza è lì, silente come un pensiero da scacciare.

Il tempo con lui è molto limitato. 1/8 o per chi non fuma e non beve, anche 1/10 della nostra esistenza!

Il Canis lupus familiaris entra nella nostra vita con una promessa implicita: resterà abbastanza da cambiare qualcosa dentro di noi, ma non abbastanza da attraversare tutta la nostra esistenza.

E se non fosse così? Se un cane vivesse più di trent’anni? Quante volte sento esprimere questo desiderio da chi ha un cane anziano e lo ama così tanto che vorrebbe vivesse molto più a lungo.

Anche tu che stai leggendo questo articolo, magari con il tuo cane in braccio o ai tuoi piedi, molto probabilmente pensi la stessa cosa: lo vorresti per sempre con te. Beh, sto per svelarti una realtà che ti farà storcere il naso. Se i cani vivessero 30 - 40 anni, sulle tue braccia o ai tuoi piedi adesso non avresti nessuno (o magari un gatto!)


Per capire bene questa riflessione, dobbiamo guardare oltre lo specchio del nostro dolore. Solo allora vedremo emergere una verità tanto cinica quanto illuminante: la brevità della vita del cane non è un errore biologico, ma uno dei motori del suo trionfale successo evolutivo.

Se il cane avesse un’aspettativa di vita simile alla nostra, il "patto di specie" che ci lega da millenni probabilmente si sarebbe spezzato sotto il peso di una gestione insostenibile per molti.


Immaginiamo un cane con un’aspettativa di vita di 30 anni.

Quello che oggi percepiamo come un dono si trasformerebbe rapidamente in una barriera sociale invalicabile. Adottare un cane non sarebbe più un atto di amore spontaneo, ma un impegno generazionale paragonabile alla scelta di avere un figlio, se non più gravoso.


Un anziano di 65 anni, che oggi trova nel cane un motivo per camminare e sentirsi amato, non potrebbe più accogliere un cucciolo. Il rischio di lasciarlo orfano per metà della sua vita sarebbe una certezza eticamente insostenibile.

D'altro canto un ventenne che adotta un cane si troverebbe legato a lui fino ai cinquant'anni. In tre decenni di vita umana cambiano carriere, stili di vita, case e partner. Quanti giovani rinuncerebbero alla compagnia canina per non sacrificare la propria libertà di movimento o parte della loro economia domestica? Molti giovani di oggi non fanno figli per motivi simili a questi.


I canili si trasformerebbero in "ergastoli biologici". Se oggi un rifugio è un luogo di transito, con cani che vivono 30 anni diventerebbe un gerontocomio perenne. Senza il ricambio generazionale, le strutture si saturerebbero in pochi anni, chiudendo le porte a ogni nuovo ingresso per decenni.


Non è solo una questione di gestione pratica, ma anche di psiche. La psicologia canina, subirebbe mutazioni drammatiche in un arco di vita così lungo.

Il ruolo dell'educatore cinofilo dovrebbe evolversi in quello di uno psicoterapeuta clinico a lungo termine. Un cane che vive 30 anni accumula traumi, fobie, abitudini e paranoie umane che si stratificano come rocce sedimentarie. Le patologie comportamentali diventerebbero croniche: vedremmo depressioni da routine sbagliate lunghe vent'anni o sindromi cognitive (l'Alzheimer canino) che logorano il rapporto tra uomo e animale per un intero decennio.

Faccio il lavoro di educatore cinofilo da così tanti anni da aver visto centinaia di cani la cui vita è di una noia terrificante. Uscite quotidiane così veloci che l'ora d'aria dei carcerati a confronto sembra un weekend a Ibizia. Ho sempre cercato e cerco di far capire quanto sia importante per un cane decomprimere, socializzare, fare attività fisica, vivere la propria vita fuori dalle mura domestiche. Non sempre ci riesco, "eh ma io lavoro, non ho il tempo!" dicono.

La plasticità mentale del cane, la sua capacità di perdonare e ricominciare, è figlia anche della sua velocità biologica. Una mente "vecchia" di trent'anni sarebbe rigida, carica di un vissuto difficile da resettare.

Se un cane vive 12 anni, un errore educativo può segnare un decennio. Se ne vive 30, può segnare una vita intera. Gestire un cane con ansia da separazione, aggressività,fobie varie , così a lungo diventerebbe insostenibile per il 60% dei proprietari.

La prevenzione diventerebbe un’arte ancora più urgente. La rieducazione richiederebbe orizzonti temporali enormi.

Lo studio del comportamento si estenderebbe su scale generazionali. Forse il ruolo dell’educatore diventerebbe ancora più etico. Più simile a quello di uno psicologo che accompagna un percorso esistenziale lungo trent’anni.

Nascerebbero nuove patologie comportamentali che una vita breve non dà tempo di sviluppare, perchè loro non possono sopportare troppo a lungo le distrazioni di noi esseri umani. Troppi di noi, sono capaci di "grande ammmore" e di enorme superficialità. Viviamo questa esistenza sempre più velocemente, nella fretta ci dimentichiamo di chi,invece , ci sta affianco, vive e ama nel presente, ogni attimo accanto a noi.

No i cani, non meritano 30 anni di domiciliari.

Siano benedetti gli umani capaci di empatia con gli animali, quelli che scelgono di sacrificare la propria libertà per garantire ai loro cani tutto ciò di cui hanno bisogno,sempre, tutti i giorni. Sì, per quei cani trent'anni di vita sarebbero un dono meraviglioso, vissuti in armonia. Ma la realtà che vedo ogni giorno è un'altra: gli esseri umani davvero capaci di tale dedizione sono troppo pochi. Forse è per questo che la vita del cane è così breve: per limitare il tempo in cui un animale così nobile può restare prigioniero dell'egoismo umano.



C’è un altro, drastico effetto collaterale: se il cane vivesse 30 anni, la straordinaria biodiversità canina che conosciamo oggi semplicemente non esisterebbe. Avremmo molte meno razze, e probabilmente sarebbero tutte molto simili tra loro.

Il motivo è puramente evolutivo. La creazione di una razza richiede generazioni di selezione: bisogna osservare i tratti, scegliere i riproduttori migliori e attendere i cuccioli. Con un ciclo di vita di 12-15 anni, l'uomo è riuscito a plasmare centinaia di specializzazioni (dal minuscolo Chihuahua al maestoso Alano, dal cane da ferma a quello da tana) in "soli" pochi secoli. Se ogni generazione canina durasse trent'anni, i tempi della selezione diventerebbero biblici. Per fissare una nuova caratteristica o creare una nuova razza non basterebbero più pochi decenni, ma secoli interi.


Morire prima per sopravvivere nei secoli, è un paradosso. Perchè dal punto di vista evolutivo, la brevità garantisce la moltiplicazione. Il fatto che un essere umano possa avere quattro o cinque cani nell'arco della propria vita ha permesso alla specie canina di colonizzare ogni angolo del pianeta.

Se vivessero 30 anni, i cani sarebbero meno numerosi, meno integrati nelle fasi mutevoli della vita umana e, paradossalmente, meno amati perché percepiti come un carico sociale ed economico troppo pesante. Abbastanza lunga da creare attaccamento profondo.Abbastanza breve da permettere cicli ripetuti.

Un equilibrio quasi matematico.

Se fosse stato troppo longevo, forse sarebbe stato più raro. Più di nicchia. Più impegnativo. Più selettivo socialmente. Meno diffuso.

La brevità della vita del cane è una delle chiavi decisive che li rende gli animali domestici dal successo evolutivo più grande sulla terra. Il suo successo non è solo nell’empatia, nella docilità, nella capacità di leggere l’uomo.

È anche nella sostenibilità del legame.


Il legame uomo-cane è un fenomeno biologico e culturale insieme. È attaccamento, è cooperazione interspecifica, è co-evoluzione.

Ma è anche un ciclo.

Un cane nasce, cresce in fretta, attraversa la sua adolescenza emotiva, raggiunge la maturità sociale. Invecchia prima di noi. La sua curva di sviluppo è compressa. Tutto accade più intensamente, più rapidamente.

Questa compressione crea intensità.

Un cane che vive 10-15 anni concentra l’esperienza relazionale in un arco temporale definito. È un compagno totale, ma finito. E proprio questa finitezza modella il nostro investimento affettivo: sappiamo, anche senza dircelo, che ogni stagione conta.

Se vivesse trent’anni, il tempo si dilaterebbe. Il legame cambierebbe natura.

Non sarebbe più un tratto di strada condiviso. Sarebbe quasi un’intera epoca della nostra vita.


Sono il primo a dire che quando se ne vanno lasciano un vuoto incolmabile. Ma dobbiamo avere il coraggio di guardare la realtà con gratitudine: è proprio perché la loro vita è breve che possono essere di tutti.

Se il cane vivesse quanto noi, la società lo avrebbe emarginato. Non sarebbe l'ospite d'onore dei nostri divani, ma un compagno troppo impegnativo per la nostra vita frenetica e instabile. La loro morte, pur essendo il nostro dolore più grande, è tecnicamente ciò che permette alla loro specie di continuare a esistere accanto alla nostra.

Ci lasciano presto perché hanno già capito tutto quello che a noi richiede un'intera esistenza: come amare senza condizioni, come godersi il presente e come perdonare. Una volta insegnatoci questo, ci lasciano il testimone, affinché possiamo aprire la porta a un'altra coda che scodinzola, mantenendo vivo quel ciclo eterno di amore e perdita che ci rende più umani. Il loro sacrificio è la loro eternità.


Ma quanto vorrei poter stare per sempre con loro.


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